LA PIEVE DI CORTICELLE
DOVE SI TROVA
La Pieve di Santa Maria Nascente, detta della “Formigola” è situata nel comune di Dello, nella frazione di Corticelle. L’edificio, ben segnalato, si trova a circa 1 Km dall’abitato, sulla pista ciclabile che congiunge Brescia con Cremona. Sorge in aperta campagna ad una quota di 86,60 metri sul livello del mare. La costruzione, confinante a nord con una cascina agricola tuttora attiva, occupa l’estremo orientale di un’ampia area coltivata caratterizzata da una notevole presenza in superficie di manufatti di epoca romana, verosimilmente pertinenti ad un’estesa villa rustica.
STORIA DELLA PIEVE
La chiesa è una gemma adagiata su un ampio insediamento romano dove per secoli, confluirono le primitive comunità cristiane. Qui si svolgeva l’esperienza spirituale di ciascun membro della comunità, si amministravano la penitenza e l’eucarestia, si celebravano i matrimoni e si imparavano i rudimenti della fede. All’interno del perimetro antistante la pieve ogni famiglia aveva diritto ad una piccola porzione di terra per la sepoltura e per coltivare la memoria dei propri cari. Il sagrato, che accoglieva le spoglie dei cristiani defunti, era pertanto uno spazio di grande rispetto, dove il contegno e il raccoglimento dovevano predisporre all’ingresso in chiesa ed invitare alla preghiera. Alla pieve la comunità si riuniva per decisioni di rilievo, in occasione di feste, nonché i momenti di aggregazione e incontro come era quello del mercato. Queste chiese di campagna erano affidate dal vescovo al presbitero che risiedeva in locali posti presso l’edificio di culto. Le offerte dei fedeli mantenevano in efficienza la chiesa locale e davano sostentamento al sacerdote che garantiva il servizio sacramentale alla comunità. Con i Longobardi si formò una nuova rete organizzativa religiosa che mirava a strutturarsi su base territoriale e giunse a maturazione soltanto in età franca. Quale segno della loro conversione al cristianesimo era collocata in Corticelle la chiesa di San Michele (protettore dei possedimenti del re). Con l’arrivo di Carlomagno fu istituita la decima, una tassa sacramentale estesa a tutti i fedeli di una chiesa rurale, che consisteva nel versamento agli ecclesiastici della pieve della decima parte dei prodotti agricoli e degli animali, che veniva riscossa direttamente sui campi e nelle stalle. Il reddito della decima era ripartito nel seguente modo: ¼ al vescovo, ¼ al clero locale, ¼ per la manutenzione degli edifici e degli arredi liturgici, ¼ ai poveri e ai pellegrini. Nel periodo che seguì la fine dell’impero carolingio, nonostante le guerre e le discordie, la rete ecclesiastica pievana continuò ad essere un punto di riferimento religioso e sociale per i rustici delle campagne. La ripresa del Sacro Romano Impero si accompagnò in età ottoniana ad un significativo rafforzamento del sistema pievano.
LA DISGREGAZIONE PIEVANA E L’ISTITUZIONE DELLE PARROCCHIE
L’aumento della popolazione aveva favorito il sorgere di nuove chiese nei villaggi, a cui i rustici si recavano più volentieri rispetto alla pieve, in quanto si trattava di edifici religiosi che loro stessi avevano contribuito a costruire. Questa rinnovata situazione sociale aveva creato strutture organizzative più vicine alle comunità degli abitanti delle campagne, i quali si andavano organizzando in comuni rurali. Nel XIII secolo la disgregazione pievana era iniziata. Questo scollamento non poteva essere positivo per le pievi che andavano perdendo potere. Ripercussioni si ebbero anche sul pievato di Corticelle che il 12 gennaio 1218, con decreto emanato dal vescovo Alberto da Reggio, vedeva ridotto il suo capitolo canonicale da sei a cinque persone per mancanza di redditi dal beneficio. Nel XIV secolo alla pieve rimane solo l’arciprete assistito da due chierici mantenuti da due benefici semplici. Nel 1518 è documentata al centro del paese la chiesa di San Giacomo nella quale, qualche tempo dopo (1565), venne trasferita la “cura delle anime” per maggior comodità del popolo, in precedenza esercitata alla pieve.
GLI EVENTI DEL 1625
Seduto nello studiolo della canonica di Corticelle, il parroco don Fortuniano Tengatino ha fra le mani una lettera ben ripiegata, apre il sigillo e legge la firma. A nome del vescovo di Brescia Marino Giorgi, il suo vicario generale Cornelio Melioro lo esorta a tenere chiusa la chiesa si Santa Maria della pieve, ad astenersi dal pubblicizzare miracoli, ad evitare processioni o concorso di gente richiamata dal suono delle campane. Se in virtù di santa obbedienza non si sottometterà agli ordini impartiti per lui ci sarà una pena già stabilita in duecento scudi ed altri provvedimenti a discrezione dei suoi superiori. Apprende anche che a sua insaputa, in segreto, il vicario foraneo di Capriano, Coriolano Ugoni, si è pronunciato negativamente in merito ai segni di potenza dispensati in quel luogo e quindi gli si chiede di non insinuare nel popolo “l’opinione che vi siano avvenuti miracoli” fino a che, dopo legittimo processo, si sarà stabilito di giudicare diversamente.
È il 12 giugno 1625. Il giorno dopo, vengono convocati per testimoniare sette uomini della terra di Corticelle fra i quali il console, due reggenti della confraternita dei disciplini, il ministro e il sindaco, il cappellano, ai quali si aggiungono il curato di Boldeniga e l’eremita per il quale non viene documentata la provenienza. Emerge subito la volontà di far chiarezza. In questa prima fase del processo, compaiono solo uomini poiché secondo la tradizione risalente al mondo classico, e in generale a tutte le culture, la testimonianza maschile è considerata più attendibile di quella femminile, ritenuta maggiormente esposta ad emozioni e impressioni soggettive. A ciascuno è sottoposto un formulario di domande, dove sono chiamati a dichiarare quanto sanno, sugli accadimenti delle settimane precedenti, dopo solenne giuramento sui libri sacri e ammonimento. Si individua una pietas profonda, immanente e arcaica nel rilevare che tutti indistintamente non mettono il cuore in pace senza riconciliarsi con l’Altissimo alla fine della giornata, attraverso la pratica dell’andare dal paese alla pieve a “pigliar il perdono”. Si apprende che vi furono alcune grazie e miracoli da parte della “immagine della Beata Vergine Maria che è sopra un muro della chiesa della pieve”, che questa in alcuni momenti aveva riaperto gli occhi e che i primi prodigi si verificarono il 26 e il 27 Maggio. Nel mese di agosto, depongono in tutto sei persone fra le quali due donne e un ragazzo che per la minore età non è tenuto a prestare giuramento. Le località di provenienza sono: Verola, Poncarale, Corticelle. Nelle prime carte si snoda la testimonianza di un giovane padre di Verola che racconta della figlia neonata cieca: “e per avanti sempre piangeva et mandava fora dagl’occhi lacrime di sangue piangendo e lacrimando di continuo giorno et notte”; della decisione presa dalla moglie “Inteso che quella Madonna della pieve faceva miracoli, essa mia moglie si risolse di condurgli detta nostra figlia…acciò si compiacesse di illuminar detta creatura”; della successiva guarigione “al presente vi ha la luce quasi del tutto netta, che si vede in tutti doi li suoi occhi il pupino, et dall’hora in qua che fu portata alla pieve de Corteselle questa creatura non ha più gridato, ne pianto”; della sua constatazione del prodigio divino avvenuto per intercessione della Vergine Maria “io riconosco questa gratia da Dio mediante la detta Madonna della pieve”. È da rivelare che quest’uomo, sorretto da una fede semplice e incrollabile, con questa frase ribadisce una tradizione della Chiesa secondo cui tutte le grazie che Dio concede agli uomini passano attraverso la Madonna. L’ 8 agosto è una madre di Poncarale a pronunciarsi su un significativo fatto accaduto al figlio. Dalla narrazione si evince che il ragazzo, claudicante e invalido ai piedi e alle ginocchia, fu risanato e che alla pieve lasciò le stampelle “et ritornati mi fu detto che doveva lasciar le crozzole, e però tornai la seconda volta, et le lasciò com’ho detto“. L’evento viene collocato a luglio nel giorno della festa del patrono del paese, San Giacomo. Al racconto della madre si aggiunge quello del figlio che lo stesso giorno, con precisione si sofferma su fatti avvenuti da carnevale a Pasqua: “La notte del carneval passato mi principiò doler il ginocchio destro e poi anco la cossa sinistra, et il ginocchio et gamba et son stato così in letto insin le feste di Pascha di Ressurrezione”; sulle preghiere recitate davanti all’affresco raffigurante la Vergine “et feci oratione avanti quella Sacra Imagine”; sul miglioramento dello stato di salute “et vado con il bastone e tal volta anche senza bastone mettendo il piede in terra”. Al termine dell’esposizione puntualizza che confida in una guarigione definitiva “e spero in quella Madonna benedetta di guarir anco meglio”. E poi la volta della famiglia che abita al fienile della Pieve e che conduce l’azienda agricola di pertinenza del beneficio parrocchiale. In questo caso le domande sono poste per accertare l’onestà dei vari testi quando affermano che l’immagine dipinta sul muro, posto dietro l’altar maggiore, apre e chiude gli occhi. Durante l’interrogatorio viene ribadito che di questo fatto straordinario fu testimone una donna che il 27 maggio entrò in chiesa per ringraziare la Madonna della clemenza ottenuta la sera prima quando un violento temporale distrusse i raccolti dei paesi vicini risparmiando la campagna di Corticelle. Anche il marito e il cognato danno la stessa versione dei fatti. Giovedì 20 agosto, il teologo frate Aurelio Tabarino vicario del Santo Uffizio di Brescia, e Giovanni Francesco Cannevari dottore in diritto civile ed ecclesiastico, su incarico del vescovo si portano in Corticelle accompagnati dal parroco Fortuniano Tengatino, per accertare la consistenza del prodigio. I due visitatori della città, dopo aver controllato attentamente la superficie freschiva, si pronunciano negativamente “quanto al primo, cioè al moto de gl’occhi non solo non lo reputammo vero, ma non l’havendo noi veduto, ma né anco verisimile”. A queste conclusioni, segue la sentenza del vicario generale Meliori: “contro coloro che celebrano o entrano nella chiesa di Santa Maria della pieve di Corticelle col permettere con libera decisione dell’illustrissimo e reverendissimo vescovo che vi si possa celebrare la messa e gli altri divini uffici”. Incarica come sindaco principale della stessa chiesa il parroco di Corticelle e due coadiutori laici, perché lo aiutino nell’amministrazione delle elemosine. Decreta che le somme raccolte vengano impiegate nel restauro e nel decoro della pala d’altare dove è affrescata l’immagine della Vergine Maria, nell’acquisto di paramenti e arredi per la sacrestia, nelle riparazioni a carico dell’edificio. Esige che l’eremita che vive alla pieve venga sostituito da un monaco obbediente, di buona fama e comportamento.
LA PIEVE DAL PUNTO DI VISTA ARTISTICO
La Pieve, di probabile origine romanica (XI sec.), sorge su un preesistente insediamento di epoca romana del V-VIII secolo. Subì nel tempo diverse modifiche e restauri (non sempre eseguiti nel migliore dei modi) pertanto risulta oggi difficile immaginarne l’aspetto originale.
La struttura a tre navate è tipica dell’architettura lombarda. La navata centrale è divisa dalle laterali da sei arcate poggianti su tozze colonne in muratura (semicolonne in corrispondenza degli estremi); le due arcate centrali a sesto acuto sono di ampiezza doppia rispetto alle restanti, realizzate a tutto sesto. Nella zona presbiteriale, rialzata rispetto al pavimento delle navate, è collocato un altare barocco di pregevole fattura; altri due altari in legno sono invece addossati al perimetrale occidentale delle due navate minori. Sulle pareti e sulle colonne si conservano affreschi votivi realizzati tra il 1520 e il 1545. La facciata esterna, estremamente simmetrica, è connotata da lesene che dividono la facciata stessa; oltre a segnalare la spartizione dello spazio interno nelle tre navate. All’angolo sud-est della chiesa è affiancato il campanile, che presenta una possente base romanica sormontata da un coronamento secentesco.
Una recente campagna archeologica ha messo in luce una zona presbiteriale triabsidata di epoca romanica (XI-XII secolo), inoltre la presenza di monofore contribuisce a collocare la costruzione dell’edificio in questo periodo.
Tra il XIV e il XV secolo furono attuati numerosi interventi architettonici, come la sostituzione degli originali archi a tutto sesto con archi a sesto acuto, che conferirono alla Pieve una veste gotica. Tra Quattrocento e Cinquecento le pareti e le colonne furono rivestite con affreschi di varia importanza e qualità, per lo più ex voto per grazia ricevuta o per la speranza di riceverla, pertanto ogni affresco riporta delle dediche più o meno leggibili.
Nel Settecento godette di particolare venerazione che la posero all’attenzione dell’arciprete Zanardelli con interventi importanti tra cui l’ampliamento, la costruzione di un nuovo soffitto in cotto, di altari marmorei e la creazione di nuove aperture con porte dipinte.
Il “totale restauro” condotto dall’architetto Melchiotti nel 1900 comportò il trasferimento dell’abside sul lato opposto, invertendo l’originale orientamento est-ovest, la sistemazione del soffitto, l’aggiunta del fronte d’organo e l’ancoraggio della cantoria in quella che diviene la nuova controfacciata. Il cambiamento dell’orientamento potrebbe essere stato deciso in funzione di un progetto di costruzione di una strada retta che unisse direttamente il santuario con il paese di Azzano Mella. Inoltre il restauro comportò l’apertura di nuove finestre e la decorazione pittorica a fasce geometriche di tutto l’interno della chiesa. Questi rifacimenti denotano l’assenza della nozione di recupero storico ancora nel 1900. La parziale rimozione degli intonaci effettuata nel 1948 sul lato destro della navata portò alla riscoperta, da parte del dellese Giacomo Prandelli, di alcuni affreschi del XVI secolo, tra i quali un’immagine della Madonna recante quella che sembrerebbe una formica nella mano sinistra. Da qui la denominazione che identifica il santuario (“della Formigula”). Recenti studi fanno invece risalire il nome al fatto che la pieve si trovasse di fronte alla chiesa di San Michele, effettivamente esistita (“for Mighel”).
Nel 1968 fu realizzata una nuova pavimentazione in gres rimossa nel 2002 in occasione della campagna di scavi archeologici, in quanto ritenuta irregolare.
Durante le operazioni di restauro del 2003/2004 in seguito alla demolizione degli intonaci sono emersi nuovi elementi che testimoniano l’aspetto tardo medievale:
1. La presenza di monofore nella parete nord;
2. La localizzazione delle aperture laterali sulle pareti nord e sud che consentivano l’accesso in chiesa tramite alcuni gradini;
3. Tracce delle tre originarie absidi che testimoniano l’orientamento della pieve opposto a quello attuale;
4. Le terminazioni superiori delle colonne costituite da una cordolo in cotto con incisioni;
5. Frammenti in muratura a spina di pesce, presumibilmente paleocristiana, nella parete sinistra.
Inoltre si sono portati a vista nuovi dipinti databili tra la fine del Quattrocento e la metà del Cinquecento. Si tratta principalmente di raffigurazioni di “Madonna con Bambino” ma anche di “Deposizioni” e di “Santi”. Molti riquadri presentano scritte dedicatorie o riferimenti al nome del pittore e la data di esecuzione. Nonostante il fatto che di molti dipinti rimangono solo poche tracce, essi testimoniano che sia le pareti laterali, sia quelle della navata centrale e quelle delle absidi, presentavano superfici affrescate. In particolare si è scoperta un’ “Annunciazione” tardo quattrocentesca in corrispondenza della controfacciata (originariamente zona absidale), di cui si faceva menzione nei documenti ma che sembrava perduta. Il grado di conservazione e la qualità pittorica di questo affresco è molto elevata e fa presumere la mano di un grande maestro, forse il Foppa. L’affresco resta oggi nascosto dall’organo.
Le superfici interne sono decorate da dipinti murari, la maggior parte dei quali ad affresco, pitture a tempera novecentesche con motivi decorativi ed un soffitto con tavelle in cotto dipinte. All’epoca della realizzazione dei dipinti le pareti si presentavano intonacate solo in corrispondenza dei riquadri e quindi la maggior parte delle superfici mostravano la lavorazione dei mattoni. I dipinti murari attualmente visibili costituiscono probabilmente solo una parte dell’ornamento originale e non si esclude la presenza di intonaci cinquecenteschi al di sotto delle attuali finiture. L’iconografia della Vergine si ripete con insistenza sia nelle raffigurazioni quattrocentesche che in quelle successive, riconducibili per lo più al culto della Madonna di Loreto, diffuso in Lombardia da San Carlo Borromeo nel ‘500. La pieve divenne nel XVI secolo un santuario dedicato alla natività di Maria, tuttavia nessuna raffigurazione rappresenta questo evento. Molto importante è l’affresco absidale raffigurante una Madonna con bambino, attorniata da quattro angeli oranti, la fattura secentesca di scuola bresciana è molto buona. Nell’anno 1625 questa immagine sacra fu ritenuta artefice di eventi miracolosi scaturiti dal movimento degli occhi della Vergine, in seguito documentati nella “Raccolta Romolo Putelli” della Biblioteca Civica di Breno. Sei dipinti della metà del Settecento sono stati affissi per ringraziamento di sei miracoli dovuti alla Madonna della Pieve e raffigurano questi eventi straordinari. È tuttora conservata la campana ottocentesca fusa da Innocenzo Maggi, ritenuta una delle più antiche prodotte dall’artista bresciano.
DESCRIZIONE DIPINTI
Abside: al centro è posta la Vergine orante con il Bambino nel grembo. La Vergine sembrerebbe collocata al centro di un arco, ai lati sono raffigurati quattro angeli rivolti verso il gruppo centrale. La raffigurazione sembra risalire al XV secolo. L’affresco, ora inserito nell’altare marmoreo settecentesco, era originariamente collocato sul lato opposto.
Parete Nord (attuale parete di destra): i dipinti sono stati scoperti nel 1948 e restaurati a più riprese. Iniziando la descrizione dei dipinti, dalla finestra presso il presbiterio, si nota come adiacenti al montante di destra dell’apertura vi sia traccia di un dipinto murale al di sotto del dipinto attuale a vista. Non appare possibile formulare alcuna ipotesi circa l’eventuale raffigurazione.
-Primo riquadro: entro una corniciatura a fasce è raffigurata la Vergine con le mani conserte in ginocchio davanti al Bambino, rivolta verso destra. La scena si svolge su un prato, mentre dietro alla Vergine scende un drappo decorato con stampino. Nelle fasce superiore ed inferiore si leggono due iscrizioni in latino (probabilmente il nome dell’autore e VIRGO MARIA). Le vesti della Vergine, sono arricchite da motivi decorativi. Il Bambino porta al collo e ai polsi una collanina di corallo rosso. I visi sono realizzati con disegno incerto, così come sommariamente descritti appaiono i panneggi (pieghe dei vestiti), denotando la mano di un pittore di mediocre bottega degli inizi del XVI secolo che pare essere lo stesso autore di molti riquadri della parete nord. Inoltre è presente una figura maschile quasi completamente perduta, probabilmente un vescovo.
-Secondo riquadro: Vergine rappresentata entro una mandorla (nell’iconoclastia medievale la mandorla simboleggia la gloria e la maestà divina) sorretta da quattro angeli. Il Bambino nudo e trattenuto dalla Vergine è in atto benedicente. Il Bambino porta la collanina mentre la Madonna indossa un abito verde e un mantello rosso cupo. Nella fascia inferiore la scritta: SANCTA MARIA DA LORET.
-Terzo riquadro: Vergine con le mani conserte inginocchiata davanti al Bambino, rivolta verso sinistra (dipinta usando lo stesso carteggio di quella del primo riquadro ma ribaltato). La Vergine indossa un abito rosso, manto bianco che ricade a terra coprendo parte del prato sul quale è disteso il Bambino, è impreziosito da piccoli decori a stampino. Nella fascia inferiore la scritta: VIRGO MARIA con data e probabile firma dell’autore.
-Quarto riquadro: privo di metà della superficie pittorica, probabilmente a causa dell’apertura della porta laterale avvenuta nella prima metà del Seicento.
-Quinto riquadro: Vergine in trono con le braccia conserte e il Bambino disteso in grembo. Di mediocre qualità stilistica caratterizzata da un’ insistenza del segno grafico, motivi decorativi, scritte VIRGO MARIA e si ipotizza il nome dell’autore. Questo riquadro ha perso ampie porzioni.
-Sesto riquadro: Vergine stante con il Bambino. Disegno e stesura pittorica meno incerti rispetto ai precedenti testimonierebbero la mano di un pittore di discrete capacità tecniche. Accentuati effetti di sfumato nel manto e negli incarnati.
-Settimo riquadro: Vergine in trono con il Bambino. Ai suoi piedi è inginocchiata una figura maschile, forse un committente. Monumentale trono e aureole realizzate con rilievi a pastiglia. Probabilmente realizzato dallo stesso autore del primo riquadro. L’apertura di una finestra comportò la perdita di parte di una figura in trono.
-Ottavo riquadro: è quello di migliore qualità tecnica. SS.Trinità: il Padre eterno trattiene il crocifisso sormontato dalla colomba dello Spirito Santo. Alla destra è raffigurata la Vergine mentre allatta il Bambino e a sinistra tracce di un’altra figura. I visi sono rivolti verso l’osservatore, fissi e frontali che trasmettono forte resa realistica. Aureole a pastiglia.
Parete Sud: La parete si presenta con tracce di intonaco che possono far presupporre la presenza di realizzazioni pittoriche. La parete presenta in un punto mattoni disposti a lisca di pesce come si soleva in epoca romana.
Colonne: due coppie delle colonne della navata presentano sulla quasi totalità della superficie circolare dipinti raffiguranti principalmente la Vergine col Bambino.
-colonna 1 (vicino all’abside –parete nord): Vergine in trono con Bambino in grembo. Di chiara impostazione cinquecentesca. Da rilevare l’abito e manto rossi con risvolti verdi e la collanina di corallo.
-colonna 2 (parete sud): Vergine in trono con Bambino in grembo che richiama quella della prima colonna, però con un uomo inginocchiato ai suoi piedi in proporzioni ridotte, probabilmente il committente. Sulla stessa colonna nel riquadro in alto a destra è raffigurato un ex voto (probabilmente per un bue malato) datato 1539; una Vergine con Bambino, bue e un uomo inginocchiato. I dipinti sono fortemente segnati dalle picchiettature fatte per far aderire gli intonaci successivi.
-colonna 3 (parete nord): Vergine allattante. Indossa un vestito rosso e un mantello bianco con i risvolti verdi. Nell’altro riquadro; sulla stessa colonna; la Vergine stante con il Bambino. Il dipinto presenta numerose lacune. Un altro riquadro raffigura San Simonino da Trento. In una mano ha la palmetta del martirio e nell’altra tre frecce, presenta inoltre dei lacci al collo e alle caviglie. Il sangue del martire è raccolto in un bacile a terra. La raffigurazione di questo santo fa presumere che i fedeli arrivassero in pellegrinaggio al santuario addirittura dalle valli trentine.
-colonna 4 (parete sud): In due dei tre riquadri è rappresentata la Vergine eretta con in braccio il Bambino. Questi richiamano le immagini alle pareti per quanto riguarda la resa dello sfumato e gli incarnati chiarissimi. Nel terzo riquadro più piccolo: la Vergine in trono con Bambino stante. Da sottolineare la presenza del mantello bianco.
Decorazioni parietali: Dentro medaglioni sono raffigurati i busti dell’angelo custode e dei tre arcangeli, i cui nomi sono indicati su bianchi cartigli. Le cornici che sottolineano figure e medaglioni sono dipinte alternativamente in giallo ocra, rosso pompeiano e azzurro con motivi verdi.
Soffitto: Tavelle in cotto e travi lignee, con fascia centrale bianca arricchita da inserzioni floreali e girali verdi con fiori rossi, tra due fasce di minor larghezza di colore azzurro. Le numerose cadute di colore hanno rivelato una più complessa stratificazione. La finitura più antica prevedeva un fondo azzurro chiaro con probabili inserzioni gialline e rosa, di gusto forse settecentesco. Il colore sulle tavelle si è rivelato non allineato, questo probabilmente è dovuto a una rimozione a alla ricollocazione imprecisa delle tavelle durante una sostituzione dei travetti. Dopo questa operazione il soffitto venne totalmente dipinto in ocra e in seguito con le decorazioni floreali oggi visibili. In ogni caso la decorazione più antica non è precedente al XVIII secolo.
Cantoria: Realizzata in legno di pioppo e risalente per tipologia e tecnica al sec. XVIII. La cantoria si presenta ridipinta nelle campiture di colore, mentre le dorature non appaiono aver subito alcun successivo intervento di ripresa pittorica. Sotto l’attuale coloritura appare una stesura più antica nei toni dell’azzurro chiaro coevo a quello celato sotto le ridipinture del soffitto in tavelle di cotto. Si hanno notizie della presenza di un organo realizzato nel 1634, ma se si osservano alcune caratteristiche tecniche della cantoria potrebbe essere assegnata a qualche decennio più tardi, forse quando grazie all’arciprete Zanardelli si eseguirono numerosi e importanti interventi.
Fronte D’Organo: Il fronte d’organo in abete occupa la quasi totalità della controfacciata. Presenta al centro un foro circolare con andamento conico corrispondente al rosone della facciata. É di modestissima carpenteria e di rifinitura pittorica. Per quanto riguarda l’organo, si presume abbia subito numerosi rimaneggiamenti.
Porte dipinte e dorate: Le porte dipinte ricordano le decorazioni della cantoria. Si presume, vista la stretta analogia tecnica con la cantoria, che siano state eseguite nel medesimo momento e quindi risalgano al XVIII secolo.
Bussole: Corrispondenti alle due entrate: principale e laterale. La bussola all’entrata principale fu probabilmente eseguita intorno al 1900 e non presenta particolari stratificazioni pittoriche. Al contrario quella posizionata presso la porta laterale, che copre parzialmente un riquadro dipinto cinquecentesco, presenta sotto la pittura novecentesca la medesima campitura di azzurro chiaro, che parrebbe corrispondere all’originale finitura delle porte, della cantoria e delle tavelle del soffitto.
NOTIZIE ARCHEOLOGICHE
Sotto il pavimento nei pressi dell’abside e visitabili nella cripta vi sono tracce di notevoli presenze archeologiche, anche nei terreni circostanti sono state rintracciate murature e pavimentazioni, portando in superficie ciottoli e laterizi con tracce di malte, tessere di mosaico di varie dimensioni e una grande quantità di frammenti di ceramica. La pieve sorse infatti in un luogo che pare essere stato frequentato ininterrottamente fin dall’età romana. Ad un primo edificio, di epoca imprecisabile, la cui presenza è testimoniata solo da alcuni lacerti di muro conservati in fondazione, succedette una nuova costruzione, forse parte della grande villa romana, con tanto di terme (quindi appartenente ad una famiglia molto ricca) che si estende nei fondi adiacenti databile al IV secolo a.C. In un momento successivo queste strutture vennero rase al suolo per consentire la fondazione di un nuovo edificio, la cui natura (chiesa o edificio residenziale), estensione e ripartizione non possono essere oggi stabilite con sicurezza, probabilmente con l’avvento del cristianesimo la villa venne abbattuta per lasciare il posto a una basilica cristiana. Annessa a questa struttura doveva essercene un’altra, probabilmente con funzione di battistero. All’interno o nelle vicinanze di questi edifici vennero in seguito collocate alcune sepolture. Solo intorno al XI secolo, demolite le precedenti costruzioni, venne innalzata la pieve romanica, che subì radicali interventi di restauro e modifiche tra il XIV e il XV secolo, nel ‘700 e infine nel 1900. Recentemente sono state fatte delle rilevazioni con georadar per individuare l’entità dei reperti ancora presenti nei terreni circostanti la pieve, si sta valutando addirittura di portare alla luce i reperti sepolti ed istituire un parco archeologico.